Fortini · Lettera n. 730

Franco Fortini a Giovanni Giudici, 3 gennaio 1970

Caro Giudici,
da un mese o più mi porto in tasca la tua ultima lettera. Sono combattuto tra il desiderio di risponderti che cosa penso di te, ossia di certe cose che scrivi, e la vergogna di chi sa che non si deve giudicare, quando il giudizio rischi di pretendersi morale o non solo politico o letterario.
È un mese che ha qualche significato per tutti. Vi sono circostanze nelle quali è opportuno far memoria su chi si può ignorare, chi si deve conoscere, chi non più; e perché. Ma se dissenti sulla valutazione delle circostanze cui mi riferisco, considera che si tratti solo della copiatura di indirizzi in una nuova agenda, a fine d'anno.
E d'altra parte il mio silenzio potrebbe apparire evasivo o conciliante; e il mio dissenso – scelgo le parole – da quel che credo tu sia, o tu stia per divenire, potrebbe limitarsi a masticare qualche battuta, che so, sulla cattiva qualità della tua prosa giornalistica. Nel primo caso mi crederei disonesto; e, nel secondo, sciocco.
Nell'atto stesso in cui constato compiuto il distacco da una persona che in altri tempo mi è stata assai vicina, debbo insomma prendere con essa e con me, senza richiesta di reciproca, l'impegno di tacerne assolutamente con altri; o al più di fingere l'esistenza di normali rapporti di contiguità. Per collaudare questa finzione mi firmo dunque ancora tuo affezionatissimo