Leopardi · Lettera n. 489

Mittente
Leopardi, Giacomo
Destinatario
Leopardi, Carlo Orazio
Data
6 gennaio 1823
Luogo di partenza
Roma
Luogo di arrivo
Recanati
Note alla data
Roma 6 del 1823. [BL trae il testo da Viani 1849].
Lingua
italiano
Incipit
Caro Carlo. Se le mie lettere ti arrivano, non so: so bene che dalla tua seconda in poi, non vedo nè sento più nulla di te;
Explicit
salutami il Papà, la Mamma, i fratelli e tutti. Scrivimi, se mi vuoi bene. Possibile che tu non me ne voglia? Addio addio.
Regesto

Giacomo, ancora preoccupato per il persistente silenzio del fratello, dal quale non riceveva notizie dal 12 dicembre precedente [BL 471], invia a Carlo un’ulteriore lettera, successiva alle due già spedite il 16 e il 26 dicembre 1822 [BL 474 e 479]. In questa missiva il poeta riferisce le proprie recenti esperienze teatrali: al teatro Argentina, dove aveva assistito alla rappresentazione dell’Eufemio di Michele Carafa, e al teatro Valle, che aveva messo in scena Il corsaro di Filippo Celli. Il giudizio sulle opere viste è nel complesso negativo: Leopardi definisce la prima «rubata a Rossini» e considera la seconda inferiore al Turco in Italia. Gli elementi che più avevano destato il suo apprezzamento riguardano piuttosto l’effetto di «meraviglia» prodotto dal movimento dei ballerini, nonché le esecuzioni vocali del tenore David e del soprano Rosmunda Pisaroni, che Giacomo erroneamente identifica con Santina Ferlotti.
Riemerge inoltre il consueto confronto con il contesto natìo: nell’opera di Celli, osserva il poeta, gli attori risultano «insoffribili», mentre Parigi, capocomico che aveva allestito uno spettacolo a Recanati, gli appare di gran lunga superiore. In chiusura, Leopardi delinea alcuni dei progetti filologici cui è allora impegnato: l’articolo sui Philonis Iudaei Sermones tres hactenus inediti del monaco armeno Aucher, le Annotazioni sopra la Cronica d’Eusebio e le Notae di critica testuale al De republica di Cicerone. Il poeta accenna infine alle due proposte di lavoro ricevute a Roma: la compilazione del catalogo dei «Codici greci della Barberina» e la traduzione integrale dell’opera di Platone.

Note

Segue le due precedenti leopardiane a Carlo del 16 e del 26 dicembre 1822 [BL 474 e 479].
1. Il Turco in Italia è definito da Leopardi come «nostro», espressione che ha dato luogo a una duplice interpretazione critica. Secondo Franco Brioschi e Patrizia Landi, l’uso dell’aggettivo si spiegherebbe con le origini marchigiane di Gioacchino Rossini [BL, p. 2189, n. 1]. Rolando Damiani, invece, ipotizza che si tratti verosimilmente di un equivoco con il melodramma L’italiana in Algeri, rappresentato in quegli stessi giorni a Recanati [Leopardi 2006, p. 1274]. Per un approfondimento sul tema, rimando al documentato Leopardi all'Opera, in Bellucci, Trenti 1998, pp. 83-93.
2. L'articolo su cui Leopardi stava lavorando è relativo ai Philonis Iuadei Sermones tres hactenus inediti, I et II de Providentia et III de Animalibus, ex Armena versione antiquissima ab ipso originali textu Graeco ad verbum stricte exequuta, nunc primum in Latium fideliter translati per P. Io. Baptistam Aucher Ancyranum monachum Armenum et doctorem mechitaristam Typiis Coenobii PP. Armenorum in insula S. Lazari, Venetiis 1822. L'articolo sarebbe uscito nel fascicolo 27 (marzo 1823) delle «Effemeridi Letterarie».
3. Le Annotazioni sopra la Cronica d'Eusebio sarebbero uscite in tre puntate, dal marzo al dicembre 1823, nelle «Effemeridi Letterarie» e, in veste autonoma, da De Romanis, Roma, 1823 [ma 1825]. Il lavoro era già stato avviato a Leopardi nel 1819 in forma di lettera a Bartolomeo Borghesi.
Le Iacobi Leopardii Notae in M. Tulli Ciceronis de Re Publica quae supersunt[...] sarebbero state pubblicate nel fascicolo 27 (marzo 1823) delle «Effemeridi Letterarie»; il trattato De republica di Cicerone era stato scoperto nel 1819 da Angelo Mai in un codice vaticano e stampato a Roma nel 1822.
4. La proposta di affidare a Leopardi la redazione del catalogo dei Codici greci della Biblioteca Barberiniana fu avanzata da Francesco Cancellieri, che ne diede comunicazione al bibliotecario Luigi Maria Rezzi [BL 488].
5. La proposta di tradurre integralmente le opere di Platone, avanzata da Filippo De Romanis a Leopardi, è discussa dal poeta anche nella lettera indirizzata al padre Monaldo il 4 gennaio 1823 [BL 487]. In essa Giacomo riferisce che l’editore gli aveva offerto un compenso di «100 scudi per ciascun tomo della traduzione», per un totale previsto di quattro o cinque volumi. In quegli anni, la cultura romantica europea promuoveva edizioni di grande rilievo dell’opera platonica, considerata un efficace antidoto al materialismo settecentesco. Leopardi finì per declinare l’incarico, che costituì tuttavia per lui l’occasione di una lettura sistematica dei dialoghi platonici.
6. L'autografo non è, al momento, emerso. BL trae il testo dalla lezione di Viani 1849.

Edizioni
Bibliografia
  • Herczeg 1994 = Giulio Herczeg, Strutture sintattiche nell'Epistolario di Giacomo Leopardi, in Lingua e stile di Giacomo Leopardi. Atti dell'VIII Convegno internazionale di studi leopardiani, Firenze, Olschki, 1994, pp. 493-525
  • Genetelli 2016 = Christian Genetelli, Storia dell'epistolario leopardiano. Con implicazioni filologiche per i futuri editori, Milano, LED, 2016
  • Marozzi 2023 = Gioele Marozzi, Percorsi nell'Epistolario di Giacomo Leopardi. La storia e le carte riemerse, Macerata, eum, 2023 (Leopardiana)
Nomi citati

Scheda di Ilaria Cesaroni | Ultima modifica: 09 gennaio 2026
Permalink: https://epistulae.unil.ch/projects/leopardi/letters/489