Leopardi · Lettera n. 260

Mittente
Leopardi, Giacomo
Destinatario
Trissino, Leonardo
Data
27 settembre 1819
Luogo di partenza
Recanati
Invio / ricezione
La lettera è stata inviata, ma non ricevuta
Lingua
italiano
Incipit
Mio Stimatissimo e carissimo Sig. Conte | V. S. non mi poteva dare altra maggior consolazione di quella che m’abbia data colla notizia del buono andamento della sua strana e tormentosa malattia,
Explicit
giudicherò che in questo la mia fortuna abbia tralasciata la sua consuetudine. | Il suo gratissimo e affettuosissimo Servitore
Regesto

Nel primo paragrafo Leopardi risponde alle confessioni di Trissino riguardo alla propria salute, mettendo in luce come fosse a conoscenza della cosa grazie alle confidenze di Giordani, pur non avendone - ovviamente - fatto cenno in precedenza. Segue subito dopo un paragrafo molto particolare, in cui Leopardi ammette il proprio trasporto verso il nuovo corrispondente e soprattutto definisce sé stesso come essere dotato di «un cuore schietto e palpitante e infiammato». Questo paragrafo ha sia la funzione di corrispondere alle dimostrazioni di affetto, attenzione e fiducia dimostrategli dal corrispondente, ma serve anche a mo’ di giustificazione formale alle confessioni che seguiranno. Leopardi inizia quindi a elencare a Trissino tutti quegli «ostacoli» che sin dalla sua infanzia si sono frapposti al raggiungimento degli obiettivi prima accennati. Leopardi riassume la natura di questo impedimenti in tre categorie: «domestici locali corporali». La l. si chiude quindi con una parte propriamente responsiva ed un accorato appello al voler continuare questa corrispondenza e l’affezione dimostratagli.

Note

Risponde alla l. di Leonardo Trissino del 10 settembre 1819 [BL 256].
Con questa lettera, mai giunta nelle mani di Trissino, inizia a palesarsi anche in questo carteggio quella sfortunata catena di sparizioni di ll. che tormenterà la corrispondenza di Leopardi in questi mesi. Pur in assenza di prove certe, e soprattutto nell’ambito di un servizio postale notoriamente poco affidabile, lo stesso Leopardi non riteneva eccessivo ipotizzare che le proprie ll. in uscita venissero requisite dal padre Monaldo. Un Leopardi ormai esasperato dalle ripercussioni che subiva a causa del proprio tentativo di fuga, così scriveva a Giordani, mettendo nero su bianco quelli che erano decisamente più che sospetti rispetto all’impossibilità di coltivare quei rapporti a distanza a cui tanto faticosamente aveva dato inizio proprio nel 1819: «Colpa o delle poste o, come sospetto, di una censura domestica istituita novellamente per le lettere che vanno; e questo perché cum horrore et tremore si sono accorti che io ἐλεύθερα φρονῶ περὶ τῶν κοινῶν [trad. “liberamente penso riguardo alle cose pubbliche”]» [l. del 26 luglio 1819, BL 237]. Di questo atteggiamento di esasperazione e sospetto troviamo traccia concreta anche in diversi manoscritti epistolari più o meno coevi, consistenti in attenzioni fuori dalla norma a tutelare la segretezza della propria corrispondenza. Si pensi alle ll. 1819-1820 indirizzate a Pietro Brighenti: a partire dall’autografo della lettera del 10 settembre 1819 [BL 255, l’aut. è a Modena, Biblioteca Estense Universitaria, Autografoteca Campori, fasc. “Leopardi, Giacomo”, 7] Leopardi inizia a spedire (o a far spedire?) le proprie ll. per Brighenti da Loreto, e non con una normale spedizione, ma ricorrendo all’affrancatura delle missive, e all’assicurazione delle stesse.
Gli «ostacoli domestici» cui Leopardi accenna saranno sicuramente da ricondurre al difficile rapporto con il padre e con l’ambiente familiare più in generale. Un rapporto questo con il padre che proprio pochi mesi prima lo aveva condotto alla dolorosa risoluzione della fuga da Recanati.
Con gli «ostacoli locali» Leopardi indica invece il difficile rapporto con la città in cui è costretto tuttora a viere, Recanati appunto. Tale ipotesi è chiaramente suffragata anche dal poco seguente e molto allusivo «in una città come questa».
Riguardo poi agli «ostacoli corporali» il riferimento viene sciolto direttamente da Leopardi, riconducendo il tutto alla «debolezza de’ nervi oculari» che lo aveva condotto proprio nel 1819 alla quasi cecità e alla conseguente incapacità di applicazioni continuate.
Dopo la stesura, l’invio e la perdita di questa l. il carteggio subisce una brusca interruzione, dovuta in buona sostanza all’impossibilità che Leopardi rilevava nel mantenere i rapporti epistolari alla luce di quella censura domestica cui si accennava all’inizio. Dopo un silenzio di dieci mesi, Leopardi si rifà vivo con la dedica della canzone Ad Angelo Mai.

Testimoni
  • Recanati, Biblioteca privata Leopardi, Lettere autografe, 68, c. 1r-v
    Minuta, manoscritto di altra mano.
    Fogli sciolti, mm 195 x 132.

    Note: Idiografo di Paolina Leopardi con correzioni autografe di Giacomo Leopardi; il testo si dispone sia al recto che al verso. Allestita come base per una lettera da spedire a Leonardo Trissino, la minuta rimase tra le carte dell'archivio di Casa Leopardi dove è conservata ancora oggi.
    Filigrana assente.
    La minuta è conservata entro una coperta con annotati estremi cronologici, destinatario ed eventuali osservazioni. [Fonte: Manus].

Edizioni
Bibliografia
  • Genetelli 2016 = Christian Genetelli, Storia dell'epistolario leopardiano. Con implicazioni filologiche per i futuri editori, Milano, LED, 2016
  • Marozzi 2023 = Gioele Marozzi, Percorsi nell'Epistolario di Giacomo Leopardi. La storia e le carte riemerse, Macerata, eum, 2023 (Leopardiana)
Nomi citati

Scheda di Ilaria Cesaroni | Ultima modifica: 25 settembre 2025
Permalink: https://epistulae.unil.ch/projects/leopardi/letters/260