Foscolo · Lettera n. 1312

Mittente
di Montevecchio, Giulio
Destinatario
Foscolo, Ugo
Data
9 marzo 1810
Lingua
italiano
Regesto

La lettera del 9 fu portata dal domestico del Montevecchio, Antonio, che accompagnava in quella città Alfonsino Bedogni, fratello farse di quella che fu poi sposa del conte Giulio. Sarebbe andato volentieri a Milano egli Stesso, ed aveva, anzi, molti inviti; ma, era infermiccio, e aveva perciò dovuto rinunziare anche a ricondurre il suo ospite in Novara. Inoltre il padre gli andava intonando frequenti querele di miseria, e per questo s’era voluto privare del carnevale di Milano. In quella medesima lettera è trattata a lungo la questione della casa di Pavia, che non s'era potuta subaffittare, ma, che, secondo il suggerimento dell’economo Cattaneo, il F. avrebbe potuto disdire sino dal prossimo semestre. "Quanto a me — soggiunge il M. — presto abbandonerò Pavia e tutt’al più che possa trattenermi sarà fino ad aprile inoltrato. Ad ogni modo, o io parta subito o io rimanga ancora alcuni mesi in Pavia, ciò non deve pregiudicare ai tuoi interessi, e anderei inteso con Bonfico [il padrone di casa] per le due stanze che occupo, o troverei altrove alloggio. L’aver pagato per un intero semestre un appartamento che rimase voto, la prepotenza degli uomini che ti hanno distolto da un posto ove ti avevan collocato sembrano giustificare questa rinunzia [vale a dire la disdetta da dare al padron di casa], ma tu vedrai meglio d’ogni altro ciò che ti convenga. Frattanto, mio caro Ugo, gradìsci i miei ringraziamenti, ringraziamenti d’un tuo Amico che parla con tutta sincerità. Nella quiete da me goduta in queste stanze, nel comodo di godere cucina casalinga ho veduto un pegno giornaliero del tuo affetto; e se anche al tuo cuore dà piacere il sentirsi amato, credimi che io t’amo con viva tenerezza e seguiterò sempre ad amarti". Dopo aver accennato allo stato di malinconia in cui si trovava soprattutto per ragioni sentimentali, parla delle condizioni della sua famiglia, dei rapporti col padre e col fratello e della proposta, che aveva creduto opportuno di fare per rimediare ai dissesti del patrimonio, di riunirsi col padre e col fratello sotto uno stesso tetto. E "così — conclude — mi vedo sempre in guerra con l’avvenire, guerra sempre dannosa, e non vorrei che mi fosse per sempre rapita quella dolce spensieratezza dei libri". Mandava un piccolo conto del calzolaio del Ponte Ticino: lo avrebbe saldato egli stesso; ma dubitava che Ugo lo avesse pagato da sè, prima di partire; ed era ancora disposto a pagarlo, quando l’amico lo avesse approvato.

Testimoni
  • Firenze, Biblioteca nazionale centrale, Manoscritti Foscoliani, vol. VIII, lettera n. 11, 27-30
    Originale, manoscritto autografo.
    Fogli rilegati.
    Segni di piegatura.
Edizioni

Scheda di Michele Stefani | Ultima modifica: 25 maggio 2025
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