Fortini · Lettera n. 86

Franco Fortini a Elio Vittorini, 17 giugno 1948

Caro Elio, io posso anche morire di lebbra ma tu non ti fai vivo. Fai rabbia. Hai scritto una prefazione proprio bella, ma anche il libro ha delle cose bellissime. Ne scriverò sulla "Fiera", son già d’accordo, ma non so da che parte prenderlo. Ma secca scrivere delle sciocchezze, e poi l’amicizia, ho paura mi faccia troppo severo.
Quest’estate voglio girare, andare in Francia e se posso anche a Londra. Ti chiedo un favore: a Londra non conosco nessuno, e non parlo inglese (Ruth sì, invece). Conosci qualcuno che potrei andare a cercare, che insomma mi potrebbe aiutare a orizzontarmi nei tre o cinque giorni che passerei? O conosci chi conosca? Non sai gente o ambiente cui possa interessare questo giovine?
L’unica cosa che dà davvero ai nervi nella prefazione è quel continuo mettersi in mutande, che fai. Va bene che son belle mutande; ma qualche volta son soltanto mutande. Ma la mia è soltanto bassa invidia.
Non vengo a Milano perché non ho soldi. Perché non vieni qui?
Che si dice? Io fo degli articolini sull’Avanti!, ma, cosa vuoi, son chiacchiere. Come va Ginetta? S’è rimessa? Sei un brutto carattere, ma sai scrivere molto bene. So anche che non scopro l’america.
Moravia m’ha scritto una lettera di quattro fogli per l’"Agonìa". Per me sbaglia, dice Kafka Kafka, e invece non è così, ma non m’importa quasi nulla. In fondo son contento, mi pare di scrivere per la prima volta, forse non concluderò mai nulla, ma non importa, davvero non importa concludere.
Fanfare, vecchie fanfarette.
Scrivimi subito. Dimmi che cosa fai, che cosa c’è da fare. O allora fammi capire che è inutile scriverti, che non c’è più nulla da fare insieme se non i congiurati buffi. È almeno la terza volta che finisco una lettera diretta a te, con questo concetto. Tuo