Fortini · Lettera n. 721

Franco Fortini a Alberto Mondadori, 27 novembre 1968

Caro Alberto,
m'è molto spiaciuto di non averti potuto parlare in questi ultimi diciassette giorni seguiti al nostro mancato appuntamento; ne avrei approfittato per spiegarti a voce le scelte che mi s'eran venute ponendo prima di dovermi risolvere, davanti a quelle, come ormai mi sono risolto. Avrei voluto poterti parlare perché non rimanesse ombra di dubbio sul rispetto e la stima che porto a te e al tuo lavoro: sulla coscienza precisa che ho di quanto devo alla tua amicizia generosa. Ultime, solo in ordine di tempo, le conversazioni con Cesare G.[arboli]. Ma, ormai, è fatta.
Perché le riserve che a te e a Garboli avevo pur dovuto formulare per l'inizio d'una collaborazione costante sono divenute più evidenti quando mi son trovato nella necessità di prendere una decisione entro un tempo dato. Quelle riserve posso ora riassumerle come quelle che s'originano dalla difficoltà di inserirmi senza frizioni – quantunque da collaboratore esterno – in un contesto, quello del 'Saggiatore', che nonostante le sue dimensioni crescenti mi pare abbia già un notevole grado di omogeneità: non tanto politica o ideologica, che nemmeno sarebbe desiderabile, quanto di metodo aziendale, di 'filosofia industriale'.
È un po' come nella formazione di un ministero, caro Alberto: anche gli appoggi esterni, anche la partecipazione a commissioni tecniche, quel che conta è che acconsentano ad una qualificazione generale. E questa, come sai, non è di partito e nemmeno di tendenza: è di stile di lavoro. E quest'ultimo solo in parte è determinato dal… presidente del Consiglio. La lotta contro la tradizione italico-mandarina e umanistica può esser condotta efficacemente, secondo me, anche a livello aziendale-editoriale, solo in nome di quel che è esterno, di quel che è altro, di quel che non ha rappresentanza, nemmeno come 'lettore' o 'acquirente'; non mediante indulgenze a tendenze di tecnica efficienza che, per esser sostenute da gente che quasi sempre ha tutt'altra formazione, ossia storico-filosofico-letteraria, finiscono spesso col mutarsi in apologia del cinismo.
Detto così in fretta, il mio pensiero è quasi incomprensibile e comunque inutilizzabile. Serve solo a che tu intenda uno dei motivi della mia perplessità. È vero che me ne sarei stato, certo, a casa mia a dar giudizio di manoscritti e libri; ma non potevo non sapere che, eccettuato te e Cesare e forse qualche altro, pochi sarebbero stati fra i tuoi collaboratori quelli che non avrebbero avuto, potendo esprimersi, alcune o anche molte riserve sulla mia venuta.
Intanto una situazione pratica sempre precaria, com'è di chi fa l'insegnante e il consulente editoriale, m'ha incalzato. La traduzione del Faust è pressoché compiuta, dovrebbe uscire sul finire del prossimo anno; e tutto questo m'ha suggerito di continuare in quella direzione la mia collaborazione. Intanto, fra il libretto e la ristampa di Verifica, io mi son un del Saggiatore e altro lavoro è in telaio, come Garboli sa. E con Devizzi ebbi una conversazione su temi della 'scolastica', che prevedeva mio possibile contributo. Ma più importante è dirti che in qualunque momento tu abbia bisogno del mio parere, del mio giudizio su questo o quel testo, devi esser certo di poter contare su di me, per quelle che sono le mie capacità. Indipendentemente da ogni 'compenso' e da ogni aspetto formale, sarò lieto, per scritto o a voce, di esserti utile. È questo, per me, non tanto un dovere quanto un diritto; il diritto all"orecchio del Principe". Credi, caro Alberto, a quel che dico; né dimenticarlo.
Mi spiace, ripeto, di non aver potuto spiegarmi a voce; ma forse ne sarei stato anche più imbarazzato di quanto non lo sia scrivendoti. La 'consulenza' è passata, viva l'amicizia. Un abbraccio dal tuo
Franco Fortini