Fortini · Lettera n. 642
Franco Fortini a Elio Vittorini, 15 dicembre 1963
Caro Elio, mi dicono taluno racconti cose non troppo vere sui motivi del licenziamento dei miei amici Solmi e Panzieri; e, ora lo so, anche di me. Mi dicono anche, nel medesimo senso, si svaluti largamente il libro del Fofi sugli immigrati a Torino, occasione di quegli episodi. So che queste cose non ti riguardano. Ma nella misura in cui sei persona cui molti parlano e che molti ascoltano, vorrei pregarti di esitare prima di avere persuasioni su questo argomento. Ascolta, intendo, anche chi dei fatti e dei loro moventi dà versioni non del tutto tranquillizzanti. Chi, come me, non è interessato alle cause prossime ma alle remote, non ai caratteri ma alle ideologie. Non avrei mai creduto, ad esempio, che le mie tesi su industria e letteratura dovessero avere una conferma tanto veloce. Dove tutto tende a sembrare ovvio episodico o appena sgradevole di quanto basti a confortare l'intimo cuore dell'identità: cerca di sospettare. Se vuoi non essere sbranato dai cani dell'indifferenza dei giovani e dei futuri. Questo invito a diffidare delle persuasioni che ti sei create in questi ultimi dieci e più anni, in cui siedi e che troppi intrattengono in te - è il senso della lettera da "conversione" che avrei tante volte voluto scriverti e non scriverò altrimenti che nella forma presente.
Per l'inchiesta del Fofi, cerca di farti dar copia delle bozze e di leggerla.
Non ti lasci indifferente questo mio avviso. Quanto a me posso sbagliarmi sui particolari non sull'insieme. L'insieme dell'episodio ma soprattutto l'insieme della situazione intellettuale e politica, nazionale e internazionale (il modo di morire della vita) che tu, io e tutti abbiamo contribuito a determinare ma che una buona parte di noi si rifiuta ormai di giudicare per non giudicare sé medesimi.
Ti abbraccia il tuo
Franco Fortini